Classificazione delle cicatrici patologiche da ustione

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Il processo riparativo di una lesione da ustione è sostanzialmente simile a quello che si verifica dopo un trauma di altra natura, ma se ne discosta principalmente per la maggior ipossia del tessuto leso, l’edema imponente, la grande quantità di tessuto necrotico (capace di una reazione infiammatoria propria con rilascio aggiuntivo di mediatori), il progressivo danno secondario, la reazione infiammatoria ritardata ma più intensa e duratura. Per questo motivo, il delicato equilibrio che regola il processo di guarigione può venire più facilmente alterato e causare nel tessuto cicatriziale anomalie di vario tipo. La difficoltà di inserire i vari tipi di cicatrici patologiche in entità nosologiche ben definite nasce dalla coesistenza di più fattori negativi, principalmente la mancanza di una razionale classificazione clinica, la scarsa conoscenza dell’etiopatogenesi; etiopatogenesi e dei meccanismi fisiopatologici e la difficoltà di interpretare i dati della I ricerca.

Gli attuali criteri diagnostici lasciano margini discrezionali troppo ampi alla valutazione clinica della lesione e non correlano la situazione clinica con quella biologica. Le differenti interpretazioni dei numerosi dati della ricerca nascono proprio dalla mancanza di una più precisa classificazione, che consenta ai ricercatori di fotografare l’esatto momento biologico nell’ambito degli aspetti continuamente mutevoli della cicatrizzazione patologica. Per rendere possibile l’interpretazione dei risultati e la comprensione del fenomeno è quindi necessaria l’adozione di un metodo di classificazione comune. Una attenta e critica osservazione clinica permette di individuare nelle cicatrici patologiche 3 tipi principali, che possono presentarsi da soli o, non raramente, combinati con altri, nello stesso momento e nello stesso paziente. In particolare, esiste un tipo di associazione, presente nel 27% della nostra casistica, in cui sono contemporaneamente presenti nella stessa lesione l’ipertrofia e la retrazione. Questo abbinamento potrebbe rappresentare una patologia a sé stante e quindi non è azzardato ipotizzarne l’inserimento nella classificazione come forma autonoma. Su queste basi, e con il supporto dei dati derivanti dalla recente letteratura e dalle nostre ricerche, le cicatrici patologiche possono essere distinte in:

  1. Cicatrice ipertrofica
  2. Cicatrice  retraente
  3. Cicatrice atrofica
  4. Cicatrice  ipertrofico-retraente

L’ipertrofia è l’anomalia più frequente e su di essa si è focalizzata l’attenzione dei ricercatori. Si manifesta a partire dalla 2a-3a settimana dalla riepitelizzazione delle lesioni e, per le sue caratteristiche, suggerisce la presenza di un intenso fenomeno di tipo infiammatorio. Le nostre ricerche confermano l’esistenza nel tessuto di un ricco infiltrato cellulare, costituito nella fase di attivazione da circa il 70% di linfociti T attivati (contro il 36% della cicatrice normotrofica), la cui presenza suggerisce un ruolo primario delle cellule immunocompetenti nei meccanismi che conducono all’ipertrofia. Tra le varie citochine esaminate, in cui le variazioni appaiono più significative rispetto alla cicatrice normotrofica, vanno ricordate il TNF-α; Interleuchina-1β; Interferone-γ, che mostra anche differenze significative tra la fase attiva e quella di remissione. Nel definire le cicatrici ipertrofiche si deve quindi parlare di fase attiva, di remissione e di stabilizzazione e, in relazione al tempo impiegato per la remissione completa di evoluzione a breve, medio e lungo termine. In ultimo, poiché l’estensione e la distribuzione anatomica delle ipertrofie è estremamente variabile, è possibile raggrupparle in generalizzate e localizzate.